Cute project

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Cosa fa Banco Farmaceutico e per chi?

Alberto Manzo ha intervistato la dott.ssa Marta Cravino: per conoscere Cute Project, la sua attività e di quali farmaci ha bisogno.

Guarda il video e leggi il racconto di come in Italia e all'estero i volontari di Cute Project operano in modo gratuito e professionale.

Cute, in inglese “carino”; in italiano, invece, è termine tecnico per “pelle”. Un calembour che traduce in un nome la giocosa duplicità dello scopo che anima i volontari, medici, infermiere, persone che si occupano di logistica, impegnate in Cute-project.

Ma che cos’è Cute Project? Lo spiega la volontaria Marta Cravino, medico di medicina interna e responsabile dei rapporti con il Banco Farmaceutico per l’associazione: “Siamo una onlus nata nel 2012 per iniziativa del nostro vulcanico presidente, Daniele Bollero, chirurgo plastico: abbiamo diversi progetti in Africa, in particolare in Benin e Uganda, ma anche nei due Congo, in cui portiamo avanti missioni umanitarie volte, da una parte, alla cura delle persone, dall’altra alla formazione del personale locale; in Italia, invece, oltre ad attività di raccolta fondi, gestiamo un ambulatorio presso il Sermig in cui facciamo interventi di chirurgia plastica o di cura per chi non se lo può permettere, in gran parte stranieri”.

La cura della pelle come priorità. Quando si pensa all’Africa, e sicuramente all’Italia, le ustioni e in generale la chirurgia plastica non rappresentano, quantomeno nell’immaginario collettivo, la prima emergenza. Invece le ustioni provocano, secondo l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 180mila decessi all’anno, soprattutto di bambini, due terzi dei quali nei paesi in via di sviluppo in Africa e nel Sud Est Asiatico.

“Parlare di emergenza forse è eccessivo, ma di certo le necessità sono numerose: due terzi dei pazienti che curiamo sono bambini – racconta Marta Cravino, che è appena tornata, tra l’altro, da un periodo di due settimane trascorso in Uganda -. Questi bambini o adolescenti rimangono ustionati perché cadono nel focolare, presente in ogni casa e non protetto, o perché si rovesciano addosso qualche pietanza o bevanda bollente, come the o porridge. Sono episodi frequenti che generano ustioni anche molto gravi; ad esse si aggiungono tradizionali malformazioni come labbra leporine e simili, che noi trattiamo chirurgicamente”.

A volte, però, ci si imbatte in storie drammatiche che coinvolgono anche gli adulti: “Non posso dimenticare una giovane maestra, sfregiata volontariamente con dell’acido per batterie per ragioni che non voglio nemmeno immaginare: dopo quattro anni di operazioni di chirurgia ricostruttiva, finalmente quando siamo andati in Africa quest’anno era raggiante perché per la prima volta le faranno la carta d’identità, in quanto prima le cicatrici la rendevano irriconoscibile. Una gioia immensa anche per noi. Purtroppo queste situazioni sono ancora abbastanza frequenti e richiedono sia qualità dal punto di vista chirurgico, sia esperienza nella cura, sia farmaci che spesso sono introvabili in Africa”.

E qui si innesta il discorso della relazione con il Banco Farmaceutico: “Non posso che essere grata al Banco, sia per i medicinali che ci fornisce, sia per un approccio propositivo ai nostri bisogni: a volte è proprio il Banco che mi chiama per propormi delle opportunità e chiedermi se ci servono medicinali specifici di cui è entrato in possesso. Una ricchezza enorme, sia per la qualità del rapporto, sia perché le medicine per l’Africa sono fondamentali: curare con farmaci adeguati è sicuramente indispensabile per garantire l’esito positivo delle cure, solo che in Africa i medicinali adeguati scarseggiano, per ragioni principalmente legate al costo. Quello che portiamo con noi durante le nostre missioni e che non utilizziamo resta ovviamente a disposizione, ma non è mai abbastanza”.

E in Italia? Perché l’ambulatorio? “Insieme al Sermig abbiamo identificato un’esigenza, legata alle persone che non possono permettersi di curarsi o non sanno dove andare a farlo, in gran parte immigrati, per lesioni della pelle e ustioni: in questo caso si tratta prevalentemente di ustioni domestiche oppure di situazioni pregresse, relative al periodo precedente all’immigrazione. In questi casi, facciamo cure e operazioni di tipo ambulatoriale, a differenza che durante le missioni in Africa, nelle quali operiamo anche in sala operatoria”.

Quanto durano le vostre missioni? “In genere quindici giorni, sia per la necessità di non assentarsi troppo a lungo dal lavoro, sia perché si tratta di giornate molto piene, durante le quali lavoriamo in sala operatoria anche dodici o quindici ore”.

E l’attività di formazione come procede? “Bene, molto bene: c’è un’infermiera, Proxy, che lavora tutto l’anno in ospedale, curando i casi più gravi e organizzando l’attività in previsione della nostra prossima missione. Fa un lavoro incredibile, sta già lavorando insieme ad altre colleghe a cui sta insegnando quello che ha imparato e per noi è una risorsa importantissima. L’ultima volta che siamo stati in Uganda ha preparato anche un seminario, mostrando i casi che ha seguito e i risultati raggiunti. Ci ha lasciati esterrefatti”.

E per quanto riguarda i medici? “In Uganda, presso l’ospedale regionale di Fort Portal, lavora il primo chirurgo plastico del suo paese, Edris Kalanzi. Edris si è formato anche qui a Torino, presso il Maria Vittoria e il Martini, e ora collabora ancora attivamente con Cute Project, insegnando agli altri medici come curare le ustioni e le ferite e fornendo supporto in loco all’organizzazione delle nostre missioni. In Sudafrica c’è invece Evanthia, una terapista occupazionale a cui abbiamo fatto una formazione specifica per una tipologia di bendaggio per le ustioni: oltre ad essere parte attiva delle nostre missioni in Benin e Uganda, Evanthia collabora con noi, insieme ad una collega che ha coinvolto, occupandosi di raccolta fondi e trasferendo ad altre persone le nozioni acquisite e la sua esperienza sul campo, con risultati a dir poco entusiasmanti”.

In Benin, appunto, lavorate in un ospedale costruito grazie ai fondi raccolti in Italia: “Infatti, l’ospedale Saint Padre Pio di N’dali è stato costruito dal gruppo missionario Un pozzo per la vita di Merano: stiamo cercando di costruire all’interno dell’ospedale un centro permanente per la cura della pelle, intitolato a Germana Erba, artista e fondatrice del liceo coreutico e teatrale presso il Teatro Nuovo di Torino”.

Quanti volontari siete? “Siamo molti, anche perché le necessità sono tantissime, non soltanto dal punto di vista strettamente sanitario, ma anche da quello logistico. Devo ringraziare i volontari che si occupano dei visti, per esempio, che nella vita lavorativa fanno gli agenti di viaggio, e chi si dedica alla logistica, con l’arduo compito di fare giungere a destinazione, prima della nostra missione, un container con le medicine e le attrezzature che ci sono indispensabili e senza le quali il nostro lavoro sarebbe certamente meno decisivo. Oltre che, ovviamente, assicurarsi che anche noi riusciamo ad arrivare tranquillamente a destinazione. E’ un lavoro complesso, solo in parte agevolato dal fatto che andiamo soltanto in luoghi dove abbiamo già dei contatti, o dove richiedono il nostro intervento: è naturale che svolgere un’attività di tipo medico richieda autorizzazioni specifiche e generi complessità che si possono risolvere soltanto con un rapporto basato sulla fiducia e sulla conoscenza”.
Quali sono le vostre necessità più urgenti? “Abbiamo bisogno di volontari, non soltanto medici, ma anche di medicine, antibiotici per bambini, quindi in sciroppo, ibuprofene e paracetamolo. Qualunque aiuto è importante, quindi chiedo a tutti, per favore, di donare”.

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